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giovedì 31 maggio 2012

La dolcezza della resa

Molti uomini stabiliscono l’intensità della punizione in proporzione alla quantità e alla gravità delle infrazioni delle proprie compagne. Razionale e salomonico, ma con me non funziona. Perché la punizione mi coinvolga, io devo essere portata al limite.
Questo implica una lunga sessione di colpi vibrati con fermezza ed in rapida successione, che mi fa sperimentare tre fasi diverse.
Prima fase: ho ancora il dominio delle mie emozioni, le prendo con dignità, mantenendo la compostezza, e la posizione senza oppormi.
Quando il dolore si fa più intenso, entro nella seconda fase: comincio a muovermi, ad agitarmi, a gemere e ad opporre resistenza. A volte comincio a piangere.
Malgrado le apparenze, nella fase due non ne ho ancora avute abbastanza: il “lavoro” non è ancora concluso.
Interrompere la disciplina in questa fase impedisce il raggiungimento del risultato desiderato.
La terza fase è quella in cui arrivo al limite. Il mio atteggiamento cambia: tremo leggermente ma non mi agito più, non combatto né gemo, di solito piango sommessamente.
In quei momenti avverto una sensazione di intima resa, di grande tranquillità, quasi di trance.
Il mio corpo e la mia mente si sono completamente sottomessi all’autorità di mio marito. Appena tutto finisce, avverto l’urgenza di compiacerlo e di avere la sua approvazione, ho un forte bisogno della sua protezione e di intimità fisica con lui.
Dal punto di vista fisico ho generalmente il culetto bello rosso e dolorante per almeno un paio di giorni.

lunedì 28 maggio 2012

Ho già scritto dell’aggressività femminile.

Sebbene ne sia circondata, mi sconvolge sempre. Non mi piacciono le donne che alzano la voce, che maltrattano o prendono in giro i loro mariti o fidanzati. Qualche tempo fa siamo usciti con un’altra coppia. Lui carino e beneducato, silenzioso e serio, lei esuberante e chiassosa. Dopo due giri di cocktail ha cominciato a denigrare le capacità amatorie del suo lui, mettendolo in imbarazzo. Poi è passata a descrivere i suoi errori, a prendere in giro i suoi amici e a denigrare i suoi interessi.

Mi sono chiesta: ma come fa ad amare il suo uomo, se in lui non vede un eroe?

E lui? Come fa a stare con una donna più spigolosa di un porcospino, sempre pronta all’affondo sulle sue debolezze?

Io ho bisogno di sapere che Daniele è superiore a me in tante cose, mi sembra che averlo sia un dono prezioso da custodire con amore.

Credo che tutta questa arroganza femminile spaventi gli uomini e faccia male ai rapporti. Credo che le donne debbano essere gentili e remissive. Ma non voglio fare la donna superiore: anche io ho avuto momenti in cui ero insopportabile ed arrogante.
La disciplina domestica mi è stata di grande aiuto in questo.

Con la DD, la  energia virile di mio marito prende il sopravvento sulle mie intemperanze. La sonora punizione e le lacrime che ne derivano spazzano via la mia arroganza e il mio falso orgoglio.
Durante e dopo  la punizione, mi ritrovo fragile, consapevole della mia inferiorità, bisognosa della sua protezione e del suo affetto.
Nulla più che essere disciplinata fino alle lacrime mi mette nello stato d’animo adatto per recuperare la mia femminilità, per sentirmi orgogliosamente sottomessa all’uomo che amo…